
In più, quando ho raggiunto un’età in cui avrei potuto davvero fare la mamma ho iniziato a temporeggiare, come fossi bloccata, raccontandomi delle difficoltà economiche e spostando sempre oltre l’asticella. Mi ero data come limite i 35, poi i 40, poi… Quando ho finalmente conosciuto l’uomo giusto, ne avevo ormai 42. Che non sarebbero stati male, anzi, ma non appena si è davvero consolidata la relazione la mia vita si è ribaltata: mia mamma è entrata in ospedale e ne è uscita dopo 7 mesi, invalida e del tutto dipendente da me.
Era settembre del 2016 e a gennaio dell’anno dopo Madre Natura ha deciso di venire a bussarmi a una spalla: il ciclo mi è sparito per 3 mesi e ho dovuto fare i conti con la realtà che se volevo davvero dei figli non potevo più stare a pensarci troppo. Perché già non è vero che “finché c’è ciclo c’è speranza“, se in più il ciclo sparisce è il momento di smettere di nascondersi. E così mi sono ritrovata a guardare negli occhi i miei esami ormonali (ossia un Amh di 0,4 che non lasciava grosso spazio alla fantasia, anche se con un Fsh di 4,5 quindi ancora basso), i miei 44 anni compiuti e un ginecologo esperto in procreazione assistita che con poco tatto ma molta realistica schiettezza -di cui lo ringrazierò sempre- mi ha indirizzata verso l’ovodonazione.

È stato uno shock? No, ad essere sincera, perché nel momento in cui ho tolto la testa da sotto la sabbia e ho deciso di fare gli esami del caso e consultare un esperto già sapevo di aver “perso il treno” per utilizzare i miei ovociti. Ma c’era una possibilità, c’era un modo per essere mamma e dal lato maschile, esami alla mano, non avevamo problemi. Tanto mi bastava.
Solo che a quel punto è andato in crisi il mio compagno, che non era certo di poter essere un buon padre, di esserne capace, di riuscire ad assumersi una simile responsabilità. E io mi sono bloccata di nuovo, consapevole di non riuscire ad affrontare quel percorso da sola, ma stavolta ho compreso dov’era il problema: e se a me fosse successo qualcosa? Con una famiglia alle spalle tutt’altro che unita e solida, chi si sarebbe preso cura di mia figlia o di mio figlio se io non ci fossi più stata? Il mio compagno mi diceva che ero troppo negativa, perché mai mi sarebbe dovuto succedere qualcosa, ma mia mamma (quella biologica, non quella che mi ha cresciuta che tecnicamente è mia zia) è morta a 30 anni quando io avevo 13 mesi… quindi sapevo benissimo che può accadere e non potevo mettere al mondo una creatura senza la certezza che avrebbe sempre avuto qualcuno su cui contare, anche nella peggiore delle ipotesi.
Così non ho potuto fare altro che scommettere ancora su di noi, sulla nostra storia, e aspettare che il mio compagno si sentisse pronto. Perché la paternità non è qualcosa che si può imporre e soprattutto perché un bambino ha il diritto di essere desiderato da entrambi i suoi genitori. Ho scommesso sapendo che avrei potuto perdere ogni possibilità di essere mamma, ma invece e ho vinto: quando ho perso non solo i 10 kg. richiesti dal primo ginecologo, ma addirittura 16, nel mio compagno è scattato qualcosa e ha deciso di imbarcarsi nella grande avventura della PMA.
Erano passati esattamente 3 anni da quella primissima visita, era gennaio 2020, io avevo 47 anni compiuti e ho avuto giusto il tempo di contattare un po’ di cliniche quando è scoppiata la pandemia. Direi che era il minimo, no? Ma una volta deciso non ci siamo fatti certo scoraggiare. Anzi, devo dire che per noi quel tempo così “sospeso” è servito per scegliere il centro giusto per noi e per fare tutti gli accertamenti con maggiore calma e consapevolezza. Anche se per me momenti di sconforto per non sapere quando la situazione si sarebbe finalmente sbloccata, tra un DPCM e una videoconferenza del premier, non sono mancati. Ma il mio compagno si è trasformato nella mia roccia: solido, calmo e focalizzato sull’obiettivo! E anche la clinica scelta, in Spagna (in modo da usufruire della maggiore esperienza possibile e della possibilità di avere ovociti fecondati a fresco anziché congelati) è stata sempre molto presente e incoraggiante. E non appena è stato possibile, abbiamo fissato la data per il primo transfer e siamo partiti.


Siviglia, di cui io già mi ero innamorata in una breve visita molti molti anni prima, ci ha accolti a fine agosto con tutto il suo calore (in tutti i sensi) e con quella calma irreale che è stata comune a tutte le città turistiche tra un’ondata e l’altra della pandemia, ma sempre con la sua bellezza e la palpabile voglia di rialzarsi il prima possibile. In clinica siamo stati accolti con grande dolcezza, il mio compagno ha potuto assistere a ogni momento del transfer e condividere con me le emozioni. E, dopo il ritorno a casa, a subire le mie ansie in attesa delle beta.
Le nostre prime beta sono state un disastro: 6,5 a 8 giorni post transfer. Biochimica? Eppure due giorni dopo erano quintuplicate. Dopo altri due giorni raddoppiate. Dopo altri due di nuovo quasi raddoppiate. Poi lo stillicidio è finito e sono crollate. Il medico del centro, il meraviglioso dottor Fernando Sánchez, mi ha confortata dicendo che purtroppo è un po’ “statistica” che il primo tentativo possa non andare a buon fine (che è ciò che nessuna vorrebbe sentirsi dire, perché si vorrebbero invece mille altri accertamenti e un “perché” certo, ma è invece la triste verità… succede, è statistica, soprattutto quando non si ha uno storico di tentativi alle spalle), ma che una biochimica -seppur dolorosa- era un buon segno, perché indicava una buona risposta dell’endometrio in cui la blastocisti aveva cercato di attecchire.
Fatti comunque alcuni esami di approfondimento per indagare su una mia supposta celiachia infantile miracolosamente guarita con la crescita (no, non sono celiaca, il che significa con quasi assoluta certezza che non lo sono mai stata) e lasciata scemare un po’ la seconda ondata della pandemia, a gennaio 2021 abbiamo affrontato il nostro secondo tentativo approfittando del fatto che la nostra clinica veniva a effettuare i transfer qui in Italia per dar modo alle coppie di non perdere ulteriore tempo.
In una Roma quasi blindata, impazzita per essere per la prima volta zona arancione, e “ospiti” in una clinica di cui non faccio il nome, ma in cui non tornerei neanche per un trattamento omaggio, in cui il mio compagno è stato chiuso in una sala d’attesa con gli altri uomini e io ho vissuto tutto da sola, ho ringraziato il cielo che ci fosse la dolcezza e l’entusiasmo del dottor Sánchez a supportarmi. Anche in questo caso, il tentativo è terminato con una biochimica. Secca: prime beta a 10pt. 75, seconde beta dopo due giorni 58.
A quel punto fermi tutti, perché una biochimica è statistica, due no, due indicavano chiaramente che oltre alla mia età avanzata c’era un qualche problema da scoprire. Così siamo stati ribaltati entrambi di esami: sul seme, immunologici ed ematologici. E le problematiche sono saltate fuori belle chiare: ho una fantastica collezione di mutazioni nel pannello trombofilia, tra cui il Fattore II, e un ben poco accogliente Kir AA. Sulla questione del Kir, di cui allora si parlava pochissimo e che qui in Italia veniva liquidato come “roba sperimentale su cui non c’era letteratura”, mi sono fatta una vera cultura in attesa dell’esito. Ma a ogni cosa c’era rimedio e tanto ci bastava.

Inizio agosto 2021 siamo volati di nuovo a Siviglia, che abbiamo trovato sempre caldissima e calorosa, ma anche molto più viva e vitale di un anno prima. Il transfer è stato di nuovo emozionante, ma l’attesa successiva sempre più ansiosa. Ormai aprivo i referti delle beta con una morsa allo stomaco e le mani che tremavano. Eppure andavano bene. E crescevano. E crescevano ancora. E siamo arrivati per la prima volta all’ecografia, che ci ha mostrato un piccolo embrioncino di pochi millimetri con un battito leggermente bradicardico. Il ginecologo qui era stato positivo, ma sapevo che “leggermente bradicardico” non era un buon inizio… nuovo controllo due settimane dopo e l’embrione non c’era proprio più, si era riassorbito da sè quasi certamente per una malformazione cardiaca (gli esami effettuati non hanno riscontrato alcuna anomalia genetica). Sospendi i farmaci, aspetta che la natura faccia il suo corso, nella speranza di risparmiarti almeno il raschiamento. La natura ha deciso di “fare il suo corso” esattamente il giorno del mio compleanno. E quando sono andata al pronto soccorso dell’ospedale ostetrico-ginecologico di Torino, per molti versi un’eccellenza, in preda a forti dolori -fisici oltre che emotivi- il medico alla visita preliminare non ha trovato di meglio che chiedermi se avevo portato i pasticcini…
In accordo con il dottor Sánchez, avremmo voluto ritentare quanto prima anche per sfruttare il fatto che l’utero “ha memoria”, ma il mio ciclo tenuto sotto controllo per due anni con la pillola ha deciso di non collaborare, giocando a nascondino. A metà dicembre ho rifatto gli esami ormonali e il mio Fsh è risultato 87: complimenti signora, è in menopausa! Non che questo cambiasse qualcosa, in realtà. Così abbiamo provocato la mestruazione con estrogeni e progesterone e abbiamo programmato il nostro quarto transfer. Salvo rari casi, è stimato che entro 4 transfer si arrivi alla gravidanza e -anche se il mio compagno ed io non ce lo siamo mai detti- in qualche modo sentivo che sarebbe stato quello definitivo, in un modo o nell’altro.

11 febbraio 2022, ecco la data del nostro quarto transfer. 11/02, ossia 4, per un transfer che era il numero 4. Ho sfidato tutta insieme la scaramanzia cinese, retaggio dei miei studi e dei miei soggiorni a Pechino, per cui è il numero da evitare a ogni costo (la parola “quattro” in cinese si pronuncia come “morte”). Il nostro soggiorno a Siviglia è stato di soli 4 giorni in totale, ma sempre belli, romantici, pieni di coccole e voglia di scoprire angoli nuovi, anche se ormai la parte storica della città ci riserva poco di inesplorato. Ma sulle “Setas”, ad esempio, non eravamo mai saliti.
Il piano terapeutico è stato identico al precedente, a parte l’esclusione del soppressore ovarico vista la mia conclamata menopausa (cosa di cui ha gioito il portafoglio), l’emozione di entrare nella sala e vedere proiettata l’immagine della nostra piccola blastocisti è stata grande come sempre e così anche la calma positività del dottor Sánchez. Era tutto uguale a parte la mia inspiegabile serenità, anche se nell’attesa delle beta non ho potuto evitare di ricorrere ai test che sconsiglio sempre a tutte… ma che hanno dato il positivo sin dal 5° giorno dopo il transfer. E a 10pt le beta si sono confermate alte: 486, un numero che di sicuro farà parte del tatuaggio a memoria del nostro percorso nella PMA.
Il giorno delle seconde beta, ben più che raddoppiate, è iniziata anche una nausea costante che mi ha fatto da ansiolitico per tutto il primo trimestre. E poi i mesi sono volati, con un paio di spaventi, ma per lo più con una mia serenità quasi irreale e una gravidanza che posso descrivere come fantastica, nonostante l’età. E la nostra bimba, la nostra pinguina (o la nostra piccola Valkiria) è arrivata precisa precisa a 40+0, senza induzioni o altre manovre, dopo 21 ore infinite di travaglio ma con un parto naturale di forse 15 minuti, a un mese e 4 giorni dal mio 50° compleanno.
Ogni volta che la guardo, so che doveva essere LEI, doveva arrivare LEI e nessun altro. E non sarebbe mai stata LEI se i tentativi precedenti fossero andati a buon fine. Il mio compagno e io siamo stati estremamente fortunati, perché sono stati davvero sufficienti 4 transfer per stringere tra le nostre braccia colei che oggi è il nostro sole e tutte le stelle. E ogni giorno non posso che ringraziare la scienza che ha reso possibile tutto questo e l’équipe fantastica che ha realizzato il nostro sogno più grande!
